Turismo & Sostenibilità

Da qualche parte mi pare di essermi identificato come un viaggiatore. Ma a me non piace molto essere definito con questo termine che nasconde un concetto elitario. L’elitarismo del termine si manifesta soprattutto se intendiamo il viaggiatore come persona che compie un viaggio per il piacere di farlo, entrando così nel campo della classica distinzione viaggiatore/turista. Distinzione che nasce nel XIX secolo quando, ormai da qualche centinaia di anni, esistevano solo i turisti, una parte decisamente limitata della popolazione, un’élite appunto. Caratterizzata dall’appartenenza ad un’aristocrazia e dunque da ricchezza e molto tempo libero. In quel periodo e poi soprattutto nel secondo dopoguerra, per vari motivi socio-economici e non solo, tutti o quasi in Occidente sono potuti diventare turisti, scippando così a quell’élite l’esclusività che la caratterizzava e spingendola a creare il concetto di viaggiatore, distinto da quello di turista, per potersi nuovamente differenziare da (ed elevarsi sopra) quella massa. Che questa nuova élite non abbia più il carattere aristocratico che contraddistingueva i viaggiatori sei-sette-ottocenteschi del Grand Tour non è rilevante perché, indubbiamente, la differenza nell’immaginario comune esiste ed è forte tanto che se può essere accettabile il fatto di fare il turista, a nessuno piace essere un turista, termine e concetto altamente degradante per chi viaggia e si ritiene per questo viaggiatore.

Ma chi è il viaggiatore e chi è il turista? Non saprei rispondere alla domanda. Forse bisogna chiedersi cosa fa il viaggiatore e cosa fa il turista. Il viaggiatore spende meno? Spesso è il contrario. Il viaggiatore è libero dagli schemi del villaggio turistico? Sì, ma poi entra in altri schemi come quelli dell’ostello, luogo tipico da viaggiatori o ritenuti tali. Il viaggiatore visita luoghi lontani ed inesplorati? Anche il turista può andare lontano (da cosa, poi?) e non penso ci siano luoghi ancora inesplorati. Il viaggiatore mangia cibi locali ed è attento alla cultura del posto? Anche il turista può farlo e, viceversa, non è detto che il viaggiatore lo faccia. Andando bene a vedere la differenza si assottiglia sempre di più fino a scomparire dal punto di vista pratico. Certo esiste una certa differenza dal punto di vista dell’approccio mentale, ma questo significa che un persona rintanata in un villaggio turistico può essere in teoria più viaggiatore e meno turista di quella che si organizza un viaggio in modo indipendente. Siamo per questi motivi, penso, ognuno a modo suo, tutti turisti. Sentirsi viaggiatori, attribuendosi una superiorità rispetto ai turisti, è da pretenziosi ignoranti e potenzialmente pericolosi.

Nel mondo attuale in cui tutti i luoghi sono stati esplorati, in cui molti luoghi tendono a perdere – o hanno già perso – le proprie peculiarità per assomigliare sempre più ad un modello globalizzato, in cui è difficilissimo se non impossibile, slegarsi dai nodi della standardizzazione non possiamo fare a meno di essere tutti turisti. Siamo tutti ingranaggi della più grande industria globale, il turismo. Anche perché è del tutto impossibile svincolarsi da tutte le diramazioni infinite di quest’industria. Pur essendo convinto di questo credo anche che si possa essere anche dei viaggiatori (categoria quindi non separata da quella dei turisti, ma che è inclusa al suo interno). Il fattore determinante è la consapevolezza.

Consapevolezza del proprio ruolo di turista innanzitutto, che non permette mai, qualunque cosa si faccia, di potersi ritenere integrati con i popoli incontrati sia per il più o meno breve (ma comunque limitato) tempo a disposizione, sia perché il background che si ha non permette di cogliere a pieno tutte le sfaccettature di una cultura diversa, sia soprattutto perché per quei popoli, indipendentemente da quanto hai viaggiato e da che atteggiamento hai, sei e sarai sempre e solo un turista.

Consapevolezza di tutti gli effetti negativi che si vanno a creare in conseguenza del proprio viaggio dai punti di vista sia ambientale (inquinamento da mezzi di trasporto, modifiche dell’ambiente in base alla domanda turistica,…) sia socio-culturale (occidentalizzazione delle culture,…) per i luoghi in cui si viaggia e le popolazioni che si incontrano. Del resto da sempre turismo (inteso in senso tradizionale) è sinonimo di consumazione e/o danneggiamento delle risorse ambientali e di disastri sociali e culturali.

Consapevolezza, infine, soprattutto e nonostante tutto, delle proprie potenzialità e della propria capacità di annullare gli effetti negativi fino a creare, invece, positività grazie a pratiche turistiche attente all’ambiente ed agli aspetti sociali ed economici. Se il passaggio in qualsiasi luogo durante un viaggio comporta necessariamente un’impronta che si lascia, non è assolutamente detto che questa debba per forza essere dannosa e negativa. Il viaggio, se speso bene, può essere uno strumento incredibilmente potente, non solo per l’arricchimento della cultura e del bagaglio di esperienze proprio, ma anche e soprattutto per un impatto positivo che può contribuire alla conservazione delle biodiversità,  alla tutela dei patrimoni naturali e culturali, allo sviluppo sociale ed alla crescita economica dei luoghi visitati e delle comunità locali che li abitano. Se si capisce questo si capisce anche come il nostro essere ingranaggi di quell’industria che è il turismo ci dà un grande potere che è quello di decidere da che parte girare. Il punto, però, non è quello di andare contro il meccanismo che va dalla parte che non condividiamo, ma deve essere invece quello contribuire a farlo girare dalla parte giusta. 

Come fare per lasciare un’impronta positiva o per lo meno non negativa? La sostenibilità è il concetto base, che sa di noioso e di vecchio pur avendo la mia età, 25 anni, e pur non essendo stato praticamente mai messo in pratica ma che è davvero l’unico che può salvare noi ed il nostro pianeta. La sostenibilità, in generale, è un concetto che va inteso da 3 punti di vista fondamentali – ambientale (e naturale), sociale (e culturale) ed economico – da affiancare a qualsiasi attività umana dato che lo scopo a cui è diretto è quello di arrivare ad uno “sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Per quel che riguarda l’attività turistica fare turismo sostenibile significa mantenere vitale un’area turistica (che prima di essere turistica è un’area del pianeta in cui vive una o più popolazioni) per un tempo illimitato contribuendo a non alterare l’ambiente ed allo sviluppo sociale ed economico di quell’area. La sostenibilità, pur essendo un concetto dinamico che si modifica con tempo e con la società, direi che in concreto possa essere inteso, dal punto di chi viaggia, tenendo in considerazione gli stessi 3 punti di vista nel seguente modo:

– sostenibilità ambientale e naturale: tutela e salvaguardia dell’ambiente, dell’ecosistema e della biodiversità, cercando di minimizzare il proprio impatto ambientale sia, soprattutto, nella scelta dei trasporti utilizzati, sia nella scelta della destinazione stessa e del periodo di viaggio, sia anche nella selezione di qualsiasi servizio legato alla propria permanenza e nel proprio approccio.

– sostenibilità sociale e culturale: tutela e salvaguardia della cultura tradizionale delle popolazioni locali e partecipazione allo sviluppo attraverso la scelta di servizi che vedano coinvolte il più possibile le comunità locali. Lo scopo è di contribuire alla distribuzione socialmente equa di costi e benefici derivati dal modo in cui il sistema turistico in un certo luogo è gestito, richiedendo il più possibile un’offerta turistica che valorizzi  la diversificazione e l’integrazione di risorse umane, socio-culturali ed economiche, le identità locali, la biodiversità e la diversità, l’equità e soprattutto lo sviluppo indirizzato verso una più alta qualità della vita per le comunità locali e verso una più alta qualità dell’esperienza per il turista.

– sostenibilità economica: generazione di benefici economici per la popolazione locale nella prospettiva di una richesta di rapporto qualità/prezzo adeguato per il turista ma anche e soprattutto nella prospettiva di produzione di guadagni diretti per le comunità locali e di occupazione che coinvolga queste stesse comunità.

Fare un viaggio sostenibile significa decidere di intendere quella nostra esperienza come un’opportunità di lasciare la nostra impronta nel mondo e come una presa di coscienza delle nostre potenzialità come singoli, come comunità e come popolazione mondiale. Ma ecco che qui si apre la sfida più grande. Un’apertura ed una sensibilità nei confronti della sostenibilità dell’esperienza turistica è fondamentale, ma quasi inutile ed ininfluente se limitata ai soli 3 o 30 giorni all’anno in cui si è turisti. Ecco allora che il viaggio inteso in questo senso può essere un esempio da utilizzare come modello per gli altri oltre 300 giorni dell’anno, e per il proprio territorio. E’ soprattutto in questo luogo che la nostra impronta potrà essere più profonda ed efficace. E’ qui che noi, ingranaggi di quel meccanismo che contribuiamo a far funzionare, possiamo davvero decidere di girare dalla parte che vogliamo. Dalla parte giusta.

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