Viaggio & Ritorno

Spesso si dice che il viaggio sia una metafora della vita. Lo è. Semplicemente perché fa parte dell’esistenza di ogni essere umano. Secondo alcuni la vita stessa è un viaggio. In un certo senso può essere vero. Ma secondo me viaggiare è soprattutto un’opportunità. Non o comunque non tanto di incontrare culture diverse, neanche di vedere monumenti e luoghi famosi e tanto meno di fare incetta di foto e souvenir per far morire d’invidia gli amici rimasti a casa. Certo sono tutte motivazioni più o meno potenti, ma non le principali. Secondo me il viaggio è anche un’opportunità straordinaria per dare il proprio contributo e lasciare la propria impronta positiva nei luoghi in cui si va e per i popoli che si incontrano.

Ma c’è un altro aspetto su cui mi sono ritrovato a riflettere, e, oltre ai miei viaggi ed esperienze, devo ringraziare Italo Calvino per questo. Ti consiglio vivamente la lettura del suo Le città invisibili, fonte per me di stimolanti riflessioni che vorrei azzardarmi di condividere con te (restando comunque consapevole del rischio che si corre partendo da un modello del genere!). Mi sono ritrovato a pensare, dicevo, che il viaggio è anche un’opportunità unica per conoscere se stessi nei passati, nei presenti e nei futuri perché arrivare in un luogo nuovo dà la possibilità di ritrovare passati che non si sapeva più di avere e passati che si avrebbe potuto avere, di trovare presenti che avrebbero potuto essere e di vedere futuri che potranno essere ed altri che invece non potranno essere. Ma se il viaggio, attraverso il diverso e l’altrove, ti mette in mano tutto il mazzo di carte di tutti i tempi della vita non ti permette di fermarti a contemplarle troppo perché presto, prestissimo, dovrai spostarti verso una nuova destinazione dove troverai un’altra parte del mazzo con ancora nuovi passati, presenti e futuri. Poi, prima o dopo, la destinazione sarà il ritorno a casa, meta comune ad ogni viaggio indipendentemente da cosa si intenda per “casa”. E qui non ci saranno plurali ma solo il tuo passato, il tuo presente ed il tuo futuro. Nessuna scappatoia, niente che ti leghi con quel viaggio a parte le foto ed i souvenir di cui parlavamo sopra. Tutto come prima di partire. O quasi. Perché forse, invece, c’è qualcosa di profondo nel rapporto tra te e quel viaggio.

Come Marco Polo, viaggiatore per eccellenza, ognuno di noi che si mette in viaggio ha quella irrequietudine e quella impazienza di partire per incontrare il diverso e l’altrove che anima il fatto stesso di essere viaggiatori, ma soprattutto ha quella nostalgia, una volta lontano dal luogo da cui è partito e spesso fuggito, che manifesta il legame con la propria terra, con se stessi e con il proprio passato presente e futuro. Senza casa, senza ritorno non esiste viaggio perché esso presuppone, per essere tale, un luogo di partenza – un luogo di origine non solo geografico ma anche spirituale – e un luogo di arrivo finale che quasi sempre coincide con quello da cui il viaggiatore ha dato il via alla sua esperienza, luogo anche in questo caso non solo fisico.

Il viaggio può essere allora solo una parentesi. Un qualcosa non inserito a fondo nella nostra vita. Semplicemente un momento utile per spezzare la routine e per sfuggirne temporaneamente. Nelle intenzioni almeno. Perché poi, invece, è facile cadere nel trabocchetto che porta alla ricerca di una perpetuazione della propria quotidianità, pur trasferita in un luogo esotico e attraverso la creazione di un’identità diversa rispetto a quella di quando si è a “casa” che permetta di riscattarsi da essa. Allora sì che il punto di approdo sarà identico a quello di sbarco. Allora sì che al ritorno, una volta persa la seconda identità, tutto sarà come prima e presto quell’esperienza andrà a sommarsi a tutte le altre poco significative che stanno già nel polveroso archivio della memoria.

Se il viaggio invece non è una parentesi ma parte integrante della nostra esistenza e del nostro io, esso diventa non solo uno strumento di crescita interiore personale culturale e sociale, ma anche un mezzo che permette di scoprire chi siamo. E se è vero che, pur da viaggiatori, possiamo scoprire solo ciò è già dentro di noi (e non potrebbe essere altrimenti), è altrettanto vero che “L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà“. E’ attraverso il confronto con il diverso che riusciamo a svelare a noi stessi quel “poco” che è nostro.

Ma conoscere se stessi attraverso il viaggio significa scoprire cose di sé intesi non solo come persone singole ma soprattutto come persone parte di un popolo, inserite all’interno di una società e di un territorio. Da qui il passo è breve per capire come un viaggio non permette solo di rivelare cose di sé fino a quel momento ignote o non palesate, ma consente anche di percepire il non conosciuto relativo alla propria terra, alla propria città, alla propria società, alla propria cultura. E ci fa capire che, se quando incontriamo il diverso esso è tale perché percepito da noi attraverso un punto di riferimento, ovvero noi stessi, quando incontriamo l’altrove esso è tale perché sentito da noi attraverso un altro punto di riferimento: la nostra terra, vera protagonista del viaggio perché meta di esso e termine di paragone per tutti i luoghi visitati. Le città invisibili di Marco Polo, del resto, non sono tali perché metafisiche o surreali ma perché nel suo racconto esse conservano di sé solo il nome e vaghe coordinate geografiche venendo invece svuotate di ogni altra caratteristica propria, a vantaggio di quelle dell’unica città visibile – che pure non viene mai raccontata – Venezia, o comunque della materializzazione dei sogni delle aspettative delle aspirazioni e delle speranze che Marco ha per la sua Venezia.

Ma se il viaggiatore ha in mente sempre la “casa” e punta al ritorno, perché se ne va in giro per il mondo? Perché solo in questo modo può conoscere il proprio territorio davvero. Perché l’estraneità che gli suscitano i luoghi dove viaggia gli permette di percepire più vicina la propria terra che altrimenti ha paura di perdere e dimenticare. Perché in questo modo riesce a sentire quella propria terra più parte di sé e sé più parte di essa andando a scoprirne, come per se stesso, i passati i presenti ed i futuri possibili impossibili ed ipotetici. Ecco allora che il viaggio si lega profondamente al viaggiatore grazie all’esistenza della relazione tra questo e la sua “Venezia”. Ecco che il viaggio è più alla ricerca di ciò che si conosce per mezzo del diverso che del diverso di per sé. Ecco che il viaggio è nell’altrove e permette di raccontarlo ma, in definitiva, è anche in parte all’interno della propria “casa” ed il racconto non può che contenere elementi di essa.

 

Una risposta a “Viaggio & Ritorno

  1. “Il viaggiatore ha a bordo se stesso”. Ho letto questa frase ed ho pensato a te. In effetti, gli spunti di riflessione di questo tuo blog sono molteplici e mi stimolano ad interrogarmi. Avere a bordo se stessi può essere occasione di maggiore consapevolezza, strada facendo, oppure una limitazione legata al già visto, già conosciuto che ci porta a spiegarci il mondo in un certo modo. Per acquisire flessibilità ed apprendere nuove modalità di lettura del mondo, è necessario destabilizzarsi. Quanto destabilizza un viaggio? Quanto il cambiamento, l’apertura dipendono da noi stessi o piuttosto dall’esperienza dell’altrove?

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